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mio padre – my father

Tempo di lettura / Reading Time 4 min.

Mio padre gridava.
Gridava molto e molto forte.
Aveva una voce baritonale che ho ereditato, e quando si incazzava risonava in tutta la casa.
Quando ero piccolo ci sono state delle volte nelle quali avrei preferito uno schiaffo, che sarebbe durato il tempo dello schiaffo stesso, piuttosto che dovermi trovare di fronte a mio padre che gridava per qualcosa che io avevo, o non avevo fatto.
Quello era il suo modo di comunicare la sua rabbia.
Sicuramente, paragonato a chi ha passato la sua infanzia/adolescenza a prendere frustate e botte, mi è decisamente andata bene.
Il problema, però, sono le conseguenze dell’atteggiamento dei genitori, e per tanti anni, praticamente fino a pochi anni fa, ho sempre identificato le urla con una dimostrazione di affetto e, se ci pensate, non fa una piega: mio padre mi ha sempre voluto bene, mio padre grida, mio padre mi vuole bene e grida.
Può sembrare il ragionamento semplice di uno stupido, ma è frutto di una profonda riflessione che ho fatto nel corso degli ultimi anni durante i quali molte cose sono cambiate.
Se guardo al mio passato mi rendo conto che ho spesso identificato la rabbia e, soprattutto, le urla come una dimostrazione di affetto. Non entro nei dettagli perché non lo ritengo necessario, ma spero si sia capito cosa io intenda.
Poi è arrivata Lei. Non è che Lei non si incazzi, anzi, però ha un modo di fare che non prevede, se non in casi rarissimi, la modalità: ti grido addosso!
Faccio molta fatica ad identificare le emozioni, ed è ancora più difficile identificare le emozioni positive, perché con quelle negative più o meno me la cavo…probabilmente anni e anni di pratica con mio padre mi hanno insegnato a riconoscerle.
Praticamente mio padre è stato la mia palestra emotiva per le emozioni negative, tanto che ancora oggi io non sono praticamente in grado di comprendere quando una persona sia felice, si senta a suo agio o sia contenta di ciò che le accade intorno.
Devo anche ammettere che le persone spesso in preda all’entusiasmo mi fanno un po’ paura, perché il loro entusiasmo è qualcosa che non mi capita spesso di incontrare.
Ricordo che quando avevo circa 16 anni scrissi su un diario che “alle persone non devi parlare in modo tranquillo, le devi colpire con le tue parole, perché se le persone non vengono colpite non capiscono”.
Non erano le persone ad essere così: ero/sono io. Sono io quello che ha bisogno di essere colpito da un maglio per comprendere l’emozione positiva/negativa di chi sta cercando ci comunicare con me…altrimenti c’è il rischio che io continui a comportarmi nello stesso modo senza rendermi conto di fare del male a chi mi stia vicino, senza rendermi conto che chi è con me stia cercando aiuto, senza rendermi conto che chi è con me sia felice.
Spesso mi dicono: “non sembri mai felice!” (e di questo scriverò successivamente).
A me viene spesso voglia di rispondere: “nemmeno tu!”


My father used to scream.
He used to shout a lot and very loud.
He had a baritone voice that I inherited, and when he got pissed it echoed throughout the house.
When I was little there were times when I would have preferred a slap, which would have lasted as long as the slap itself, rather than having to find myself in front of my father screaming for something I had, or had not done.
That was his way to communicating his anger.
Surely, compared to those who spent their childhood / adolescence getting lashes and beatings, it definitely went well with me.
The problem, however, are the consequences of the parents’ attitude, and for many years, practically until a few years ago, I have always identified the screams with a demonstration of affection and, if you think about it, it does not flinch: my father always loved me, my father screams, my father loves me and screams.
It may seem like the simple reasoning of a fool, but it is the result of a profound reflection that I have done over the last few years during which many things have changed.
If I look back at my past, I see that I have often identified anger and, above all, screaming as a sign of affection. I won’t go into details because I don’t think it necessary, but I hope you’ll understand what I mean.
Then She came. It is not that She does not get angry but She has a way of doing that does not use, except in very rare cases, the mode: I scream at you!
I find it very difficult to identify emotions, and it is even more difficult to identify positive emotions, because I more or less manage with negative ones…probably years and years of practice with my father have taught me to identify them.
Basically my father was my emotional training ground for negative emotions, so much so that even today I am practically unable to understand when a person is happy, comfortable or happy with what is happening around him/her.
I must also admit that people often in the grip of enthusiasm make me a little scared, because enthusiasm is something that I don’t often meet.
I remember when I was about 16 I wrote in a diary that “you don’t have to talk quietly to people, you have to hit them with your words, because if people aren’t hit they won’t understand”.
It wasn’t people who were like that: I was. I am the one who needs to be hit by words to understand the positive/negative emotion of those who are trying to communicate with me … otherwise there is a risk that I keep on behaving the same way without understanding that I do harm to those around me, without understanding that whoever is with me is looking for help, without understanding that whoever is with me is happy.
They often say to me: “You never seem happy!” (and I wrote about it).
I often want to answer: “Neither do you!”

Published inB.L.O.G.