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le tecniche degli advocates / advocates’ techniques

Tempo di lettura / Reading Time 8 min.

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I social network e internet in generale pullulano di personaggi che si ergono “advocates” o “officials” di qualsiasi cosa: autismo, sindrome di Tourette, sindrome di Down, femminismo, LGBTQ+, handicap fisico, disordine da stress post traumatico, dismorfismo, ecc.
La maggior parte di questi personaggi sostiene di appartenere ad una qualche fantomatica Comunità Autistica o Tourette o Down o Femminista o ecc.
Comunità che non esistono, non hanno sede legale, uffici, referenti ma esistono solo nella testa di quelli che scrivono e di alcuni che leggono.
Gli officials, inoltre, propagandano la loro figura e il loro profilo come unici esistenti sul loro territorio, arrogandosi il diritto di poter parlare a nome di altri senza produrre alcuna documentazione che attesti il loro “diritto” a questo atteggiamento e la loro conoscenza della materia.
Eppure la maggior parte dei soggetti elencati riesce ad avere un seguito.
Come fanno?
Perché?
Proviamo a fare un’analisi rapida ma, credo, efficace.
Credo che molti di quelli che leggeranno questo post penseranno che dietro alle attività degli “advocates” o degli “official” o delle “community” non ci sia alcuna strategia: sicuramente dietro a moltissimi non c’è alcuna strategia, ma dietro ad altri (e come potete facilmente comprendere non posso fare nomi) di strategia ce n’è parecchia, e più spesso finalizzata a guadagnare visibilità che potrebbe portare ad un guadagno economico. Questo, personalmente, ritengo sia dovuto ad un disturbo della personalità narcisistica che affligge sempre più persone dalla nascita dei social networks.
La prima caratteristica che accomuna quasi tutti gli strateghi è quella di parlare a nome degli altri.
Perché?
Per due motivi:

– il primo è che, diciamocelo sinceramente, a chi fregherebbe niente di seguire un profilo nel quale l’utente parla solo di sé, delle sue esperienze e del suo modo di vivere la vita con la sua “diversità?”
– il secondo è che, superata l’ego sintonia nei confronti della propria condizione (un passaggio non sempre scontato), chi si rende conto di essere, in qualche modo, “diversamente normale”, parte alla ricerca delle affinità elettive che possano farlo sentire meno solo. È una reazione umana abbastanza comprensibile, perché quando chi pensa di essere l’unico ad essere fatto in un determinato modo, o a pensare certe cose, o ad avere determinati comportamenti, incontra qualcuno che lo riflette come uno specchio, si sente immediatamente meno solo ed emarginato: “Ti sei perso? Ecco qui la nostra casa per te.”
Balle!

Quindi, la prima cosa che fa un’advocate, un’official o similia è quella di riempire le sue pagine di “esperienze” comuni che facciano tanto solidarietà…come quando vedi la foto di un disco a 45 giri della sigla del tuo cartone animato preferito di quando avevi 5 anni.
Il principio e lo stesso, con frasi come: “Ti ricordi quando da piccola ti regalavano le Barbie ma tu volevi giocare con i maschi? Quanta sofferenza si sarebbe potuta evitare se solo avessi potuto raccontare ciò che sentivi!” e via di questo passo, con momenti di sofferenza altissima misti a momenti divertenti, soprattutto relativi a come tu non abbia nulla che non va e la società sia stata cattiva.
Solo che questo non basta, ed è qui che il vero falso Advocate dimostra la sua professionalità e la sua strategia: nel gioco delle tre campanelle.
Sapete come funziona? C’è uno che gestisce il gioco e un “n” numero di persone che in accordo con lui puntano e vincono…ma non vincono niente. Servono solo a trasmettere l’illusione che si possa vincere. Del secondo cerchio, invece, fanno parte quelli che controllano che nessuno interferisca nelle operazioni.
Sui Social Networks funziona allo stesso modo: c’è uno che pubblica i posts, le foto e i proclami, con un numero “n” di persone che “fa la ola” commentando in modo positivo a tutto ciò che viene pubblicato…e poi ci sono quelli che controllano che nessuno interferisca con le operazioni.
E così i followers aumentano e aumenta anche l’interazione che è fatta, per lo più, di messaggi come “anche a me è successo…” con risposte, da parte dell’autore, come “non sai come ti capisco”.

Ci sono anche altri modi per individuare chi ha una strategia finalizzata e non disinteressata:

– se provate a contrastarli vi attaccano in maniera “violenta”
– cancellano i vostri commenti che potrebbero metterli in cattiva luce
– si difendono parlando a nome, come sopra, di un gruppo e non individualmente

E qui viene la parte che ci porta verso la conclusione: quando mai è successo che un advocate o un official o un qualunque altro presunto tale abbia cambiato qualcosa? abbia fatto qualcosa per la causa per cui sostiene di battersi? abbia aiutato veramente qualcuno? Ad ora, l’unica cosa che so, è che sono riusciti a fare togliere la frase “affetto da autismo” dalla descrizione della serie tv Netflix sull’autismo. Una vittoria che ha decisamente cambiato l’attuale atteggiamento della società nei confronti dell’autismo: i miei complimenti. (sarcasmo)

Ed eccoci alla conclusione: non esiste una Community di niente, se non come spazio virtuale on-line. Nella realtà sarebbe meglio che non esistesse una comunità LGBTQ+ o autistica o Tourette o altro, perché chiudere le persone in una Community significa isolarle, che è ciò che buona parte della società vorrebbe.
Significa ghettizzarle e fare in modo che non si interfaccino mai con persone diverse da loro.
Significa aprirsi al rischio che, per ogni “sfumatura” o livello di “gravità” della differenza delle persone si creino delle sotto-comunità, come scatole dentro alle scatole che, invece di unire, separano.
C’è un solo modo per poter parlare di “diversità” online: raccontare la propria storia e ascoltare la storia degli altri.
Parlare a nome di altri come se chi parla li racchiudesse tutti, è puro delirio di onnipotenza, e non lo dico io: lo dicono i fatti.
Ognuno di noi può rappresentare solo se stesso, e l’elezione a rappresentante del gruppo la decidono gli elementi facenti parte del gruppo: non il singolo elemento.
Come ho già scritto una volta: “se siete veramente autistici, Down, Tourette, LGBTQ+, ecc. dovreste avere un quantitativo sufficiente di esperienze personali da portare all’attenzione degli altri senza estendere la vostra esperienza all’inclusione altrui. Sarà il lettore che deciderà se far parte di questo discorso oppure no.”


Social networks and the internet in general are teeming with characters who stand as “advocates” or “officials” of anything: autism, Tourette’s syndrome, Down’s syndrome, feminism, LGBTQ +, physical handicap, post traumatic stress disorder, dysmorphism, etc.
Most of these people claim to belong to some ghost Autistic Community or Tourette or Down or Feminist or etc.
Communities that do not exist, have no registered office, offices, contact persons but exist only in the heads of those who write and some who read.
The officials also advertise their figure and their profile as the only ones existing on their territory, claiming the right to be able to speak on behalf of others without producing any documentation that certifies their “right” to this attitude and their knowledge of the subject. .
Yet most of the subjects listed manage to have a fan base.
How do they do it?
Why?
Let’s try to do a quick but, I think, effective analysis.
I believe that many of those who read this post will think that behind the activities of “advocates” or “official” or “communities” there is no strategy: certainly behind many there is no strategy, but behind others (and as you can easily understand, I can’t name them) there is a lot of strategy, and more often aimed at gaining visibility that could lead to economic income. This, personally, I believe is due to a narcissistic personality disorder that has afflicted more and more people since the birth of social networks.
The first characteristic that almost all strategists have in common is that of speaking on behalf of others.
Why?
For two reasons:

– the first is that, let’s face it honestly, who would give a damn about following a profile in which the user talks only about himself, his experiences and his way of living life with his “diversity?”
– the second is that, once the egosintonysm with one’s condition (a step not always taken for granted), whoever understands that he is, in some way, “differently normal”, starts searching for the elective affinities that can make him feel less alone. It is a fairly understandable human reaction, because when those who think they are the only one to be that way, or to think certain things, or to have certain behaviours, meet someone who reflects them like a mirror, they immediately feel less alone and outcast: “Are you lost? Here is our home for you.”
Bullshit!

So, the first thing an advocate, an official does is to fill his/her pages with common “experiences” that make a lot of solidarity … like when you see a photo of a 45 rpm record of your favorite cartoon from when you were 5 years old.
The principle is the same, with shouts like: “Do you remember when as a child they gave you Barbies but you wanted to play with boys? How much suffering could have been avoided if only you could have told what you felt!” and so on, with moments of very high suffering mixed with funny moments, especially related to how you have nothing wrong and society has been bad.
Only this is not enough, and this is where the real fake Advocate proves its professionalism and its strategy: in the game of the three bells.
Do you know how it works? There is one who manages the game and an “n” number of people who, according to him, bet and win…but win nothing. They only serve to convey the illusion that you can win. The second circle, on the other hand, includes those who check that no one interferes in the operations.
On Social Networks it works the same way: there is one who publishes posts, photos and shouts, with an “n” number of people who “make the wave” commenting positively on everything that is published…and then there are those who check that no one interferes with the operations.
And so the followers increase and more interaction takes place mostly made of messages like “it happened to me too …” with answers, from the author, like “you don’t know how I understand you”.

There are also other ways to identify who has a purposeful and not disinterested strategy:

– if you try to fight prove them wrong they attack you in a “violent” way
– they delete your comments which could put them in a bad light
– they defend themselves by speaking in the name, as above, of a group and not individually

And here comes the part that brings us to the conclusion: when has it ever happened that an advocate or an official or any other alleged such has changed anything? did something for the cause he claims to stand for? really helped anyone? As of now, the only thing I know is that they managed to get the phrase “affected by autism” removed from the description of the Netflix autism show. A victory that has decisively changed the current attitude of society towards autism: congrats! (sarcasm)

And here we are at the end: there is no Community of anything, if not as a virtual online space. In reality it would be better if there was no LGBTQ + or autistic community or Tourette or whatever, because closing people in a Community means isolating them, which is what a large part of society would like.
It means confine them and ensuring that they never interface with people other than those like them.
It means opening up to the risk that, for each “shade” or level of “severity” of the difference between people, sub-communities are created, like boxes inside boxes which, instead of uniting, separate.
There is only one way to be able to talk about “diversity” online: tell your own story and hear the stories of others.
Speaking in the name of others as if the speaker includes them all, is pure delusion of omnipotence, and I don’t say it: the facts say it.
Each of us can represent only him/herself, and the election as representative of the group is decided by the persons belonging to the group: not by the single element.
As I once wrote: “If you are truly autistic, Down, Tourette, LGBTQ +, etc., you should have enough personal experience to bring to the attention of others without extending your experience to include others. The reader will decide whether to be part of the discussion or not. Not you!”

 

Published inB.L.O.G.