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Chi sono io? / Who am I?

Tempo di lettura / Reading Time 5 min.

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Leggo spesso vari post nei quali si affronta il tema della diagnosi in età adulta paragonata a quella che avviene in giovane età.
Tralasciando gli auto diagnosticati che nella mia equazione non esistono, esattamente come i diagnosticati postumi di cui avrò modo di scrivere in un altro post, tra tutte le persone nelle quali mi sono “imbattuto” fino ad oggi, sono quello che è stato diagnosticato in età più avanzata, fatta la tara a Nicoletti.
In questi giorni ho pensato molto al fatto di aver ricevuto la mia diagnosi a 43 anni, e mi sono domandato chi io sia veramente. Ho vissuto 43 anni seguendo il flusso, comportandomi come l’acqua che entra e si adatta, indossando l’abito giusto per le giuste occasioni e improvvisando conversazioni di basso livello quando la compagnia lo richiedeva.
43 anni non sono un giorno e vivere per così tanto tempo attivando determinati comportamenti secondo la situazione, alla lunga può far sì che una persona diventi quei comportamenti.
Proprio a causa di questo ragionamento mi sto chiedendo chi io sia veramente o forse sarebbe meglio dire che mi sto chiedendo chi io sia stato per 43 anni.
Questo perché dalla diagnosi, ovviamente non dal giorno dopo, negli ultimi 4-5 anni ho abbattuto filtri, barriere, convenzioni sociali e comportamenti ad-hoc. In una parola: me ne sbatto il cazzo!
L’unico momento della giornata in cui mantengo un comportamento consono alla situazione è rappresentato dalle ore che trascorro lavorando…soprattutto perché il mio ruolo me lo impone.
E i 43 anni precedenti?
Come tutti ho un ricordo di me stesso che parte da poco dopo l’infanzia, ma dall’adolescenza in poi ho come la sensazione di essermi sempre uniformato alla massa con qualche momento di “follia” che mi ha portato fuori dagli schemi: trasferirmi a Londra, fare il tecnico del suono, vestirmi in modo strano (questo quando ero un teenager) e fare domande imbarazzanti.
Il resto, però, lo ricordo in modo molto schematico, soprattutto quando era ancora vivo mio padre e andavo a scuola.
Oggi che sono me stesso al 100% e i miei comportamenti si adattano solo quando mi rendo conto che lasciarli liberi vorrebbe poter dire perdere qualcuno a cui tengo (e sono pochissime persone).
Adattarmi non vuol dire soffocarli, ma filtrarli in modo da ammorbidire nei toni e nei termini ciò che voglio dire/fare.
Mi sento molto più libero di dire e fare, soprattutto di non fare: non vado agli incontri di famiglia, non vado ai matrimoni, non vedo chi non mi va di vedere e me ne fotto delle convenzioni sociali…soprattutto me ne fotto di ciò che pensa chi da questi miei comportamenti viene “toccato”, perché se non mi importa di te semplicemente non esisti.
Tornando a quanto scritto all’inizio, la domanda che mi gira in testa da qualche giorno è: ma se io avessi ricevuto la diagnosi molto prima, come sarebbero stati i miei primi 40 anni?
Chi sarei oggi?
Chi sarei diventato?
E ancora: scoprire l’autismo di un bambino molto piccolo pare serva a far sì che impari, in qualche modo, a comprendere i meccanismi della società in modo da poterne fare parte.
Secondo voi è giusto?
Secondo me no, perché significa cercare di plasmare una persona la cui inclinazione sarebbe quella di essere “laterale”.
E non è forse questo ciò che comunque i genitori cercano, o riescono, a fare con i loro figli anche se non autistici?
È giusto?
Forse (leggete bene, ho scritto Forse) la verità è che nessuno sa veramente chi sia e nessuno è veramente ciò che sarebbe stato se avesse seguito il suo istinto, quindi non ci resterebbe che dare ragione a chi diceva:
Noi non siamo, siamo in quello che non siamo.
Non siamo in ciò che abbiamo, siamo in ciò che ci manca.


I often read various posts that deal with the diagnosis in adult age compared to that which occurs at a young age.
Leaving aside the self-diagnoses that do not exist in my equation, just like the diagnosed after-death that I will be able to write about in another post, among all the people I have “come across”, I am the oldest one who has been diagnosed.
In these days I have thought a lot about the fact that I received my diagnosis when I was 43, and I wondered who I really am. I lived 43 years following the flow, behaving like the water that enters and shapes, wearing the right dress for the right occasions and improvising low-level conversations when needed.
43 years are not one day and living for so long by activating certain behaviours, according to the situation, in the long run it can cause a person to become those behaviours.
Because of that flow I am wondering who I really am or perhaps it would be better to say that I am wondering who I was for 43 years.
This is because since the diagnosis, obviously not the day after, in the last 4-5 years I have erased filters, barriers, social conventions and ad-hoc behaviours.
In a word: I don’t give a fuck!
The only moment of the day in which I maintain a behaviour suited to the situation is the hours I spend working…above all because of my position.
What about the previous 43 years?
Like everyone I have a memory of myself that starts shortly after childhood, but from adolescence onwards I have the feeling of having always conformed to the mass with some moments of “madness” that has brought me out of the box: moving to London, being a sound engineer, getting dressed in a strange way (this when I was a teenager) and asking embarrassing questions.
The rest, however, I remember in a very schematic way, especially when my father was still alive and I was going to school.
Today that I am 100% myself and my behaviours adapt only when I understand that leaving them free would mean being able to lose someone I care about (and there are very few people).
Adapting does not mean suffocating them, but filtering them so as to soften in tones and terms what I want to say/do.
I feel much more free when I speak or do things, especially when I do not to do: I don’t go to family gatherings, I don’t go to weddings, I don’t see who I don’t want to see and I don’t care about social schemes…above all I don’t give a fuck about what people might think about me, because if I don’t care about you, you simply don’t exist.
Going back to what I wrote at the beginning, the question that has been floating in my head for a few days is: if I had received the diagnosis much earlier, what would my first 40 years have been like?
Who would I be today?
Who would I become?
And again: discovering the autism of a very young child seems to help him/her to learn, in some way, to understand the mechanisms of society so that he/she can be part of it.
Do you think this is right?
In my opinion, no, because it means trying to shape a person whose inclination would be to be “lateral”.
And isn’t this what parents are looking for, or are they able to do, with their children even if not autistic?
Is it right?
Maybe (read carefully, I wrote Maybe) the truth is that nobody really knows who he/she is and nobody really is what he/she would have been if he/she had followed his/her instinct, so maybe right was he who said:
We are not, we are in what we are not.
We are not in what we have, we are in what we are missing.

Published inB.L.O.G.

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