Skip to content

la morte di mio padre / my father’s death

Tempo di lettura / Reading Time 5 min.

Click for English

Nella notte tra l’8 e il 9 Ottobre del 2002, quando avevo 31 anni, alle 4 am, è morto mio padre.
Non è morto a sorpresa e prima che questo accadesse ho avuto modo di parlare con lui, chiarire alcune cose e fare varie domande.
Il fatto che la sua morte fosse in qualche modo “annunciata”, non ha comunque reso tutto questo più facile e meno doloroso.
Anche io, come tutti quelli che conosco che si siano trovati orfani di un genitore, o di entrambi, sono passato attraverso la fase che io definisco “protettiva”, che è quella fase in cui il cervello si stacca dalla realtà proteggendo il suo ospite che, altrimenti, impazzirebbe o avrebbe delle reazioni incontrollabili.
Poi, con il tempo, il cervello piano piano rilascia piccole porzioni di realtà così che la presa di coscienza dell’avvenuta morte possa essere in qualche modo accettabile dal corpo.
Non è però di questo che vi voglio parlare, perché questo è un tratto che mi accomuna alla maggior parte delle persone. Vi voglio raccontare di un episodio accaduto dopo il ritorno a casa dall’ospedale dove, dopo aver visto il corpo di mio padre senza vita, ho avuto un crollo totale che è stato calmato da qualche goccia di Lexotan gentilmente fornito da una dottoressa.
Se leggete il mio Blog sapete che a 31 anni non ero ancora diagnosticato.
Una volta tornati a casa, mio fratello è andato dalla sua famiglia e io e mia madre siamo rimasti seduti sul divano di casa dei miei genitori, dove io non abitavo più da diversi anni.
In un silenzio tipico delle 5 di mattina, mia madre mi ha messo una mano sulla testa e mi ha detto:
“Siamo rimasti da soli!”
Attenzione, perché non è la frase, non è la situazione, ma il gesto di mia mamma che mi ha colpito.
Vi sembrerà incredibile, ma questo gesto lo ricordo come il secondo gesto di affetto con contatto fisico, esclusi abbracci veloci e baci quando tornavo a casa, dopo le cure che mia madre mi dava quando mi sbucciavo le braccia o le gambe cadendo dalla bicicletta.
Perché è importante questo gesto? Perché a 31 anni ha fatto sì che io mi sia fatto delle domande sul comportamento affettivo della mia famiglia, e sulle poche manifestazioni di affetto fisico di mia madre, e mio padre, nei miei confronti. Ho cercato nella memoria, chiedendo anche a mia madre e ad alcune persone che mi conoscono da quando ero un bambino, quale fosse il mio atteggiamento, la mia reazione alle manifestazioni fisiche di affetto.
Tutti mi hanno detto che di fronte a certi contatti fisici finalizzati a dimostrazioni affettive, tendevo ad allontanarmi o ad irrigidirmi cercando di sfuggire agli abbracci e simili.
La mia reazione è stata quella che ho sempre in una condizione come questa: mi sono sentito in colpa.
Succede perché penso a come le persone che mi sono vicine, come mia madre, la mia fidanzata, gli amici, le amiche, siano in qualche modo costrette a rinunciare a determinati bisogni, come manifestare l’affetto fisicamente, perché quando lo fanno, o hanno provato a farlo, la mia risposta è sempre una sorta di disagio.
Penso che mia mamma, forse, avrebbe voluto tenermi in braccio o abbracciarmi di più di quanto non abbia fatto, ma vi confesso che non ho il coraggio di chiederglielo, e non ce l’ho perché so che è molto sincera e mi risponderebbe senza filtri.
Ho paura della risposta, perché tra le situazioni che mi fanno stare male c’è la consapevolezza di aver privato qualcuno di qualcosa, anche se involontariamente, a causa della mia condizione.


On the night of 8-9 October 2002, when I was 31, at 4 am, my father died.
He didn’t die by surprise and before this happened I got to talk to him, clarify some things and ask various questions.
The fact that his death was somehow “announced” did not however make this easier and less painful.
As for all those I know who have found themselves orphans of a parent, or both, I went through the phase that I call “protection”, which is the phase in which the brain detaches itself from reality to protect its guest who would, otherwise, go crazy or have uncontrollable reactions.
Then, over time, the brain gradually releases small portions of reality so that the awareness of the occurrence of death may be somewhat acceptable to the body.
But this is not what I want to talk to you about, because this is a trait that I have in common with most of the people.
I want to tell you about an episode that occurred after returning home from the hospital where, after seeing my father’s lifeless body, I had a total collapse which was calmed by a few drops of Lexotan kindly provided by a doctor.
If you read my blog you know that at 31 I was not yet diagnosed.
After returning home, my brother went to his family and my mother and I sat on the sofa of my parents’ house, where I hadn’t lived for several years.
In a typical silence of 5 in the morning, my mother put a hand on my head and said:
“We are alone!”
It was not what she said, it was not the situation, but the gesture of my mom that struck me.
It may seem incredible to you, but I remember this gesture as the second gesture of affection with physical contact, excluding quick hugs and kisses when I returned home, after the help my mother gave me when I scratched my arms or legs falling off the bicycle.
Why is this gesture important?
Because at the age of 31 it made me ask questions about the emotional behaviour of my family, and about the few physical affection of my mother, and my father, towards me.
I searched back in my mind, also asking my mother and some people who have known me since I was a child, what my attitude was, my reaction to the physical affection.
Everyone told me that in the face of certain physical contacts to show feelings, I tended to move away or stiffen, trying to escape the hugs and the kisses.
My reaction, at 5 am that 9 October 202, was the one I always have when something like this happens: I felt guilty.
It happens because I think about how the people who are close to me, my mother, my fiancée, friends, girlfriends, are somehow forced to give up certain needs, such as showing affection physically, because when they do, or have tried to do it, my answer was the discomfort.
I think my mom, perhaps, would have preferred to hold me in her arms or hug me more than she did, but I admit that I am not brave enough to ask her, and I am not because I know she is very straight forward and would answer me without filters.
I am afraid of the answer, because among the situations that create me most pain, is the awareness of having deprived someone of something, even if involuntarily, because of my condition.

Published inB.L.O.G.

Be First to Comment

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *